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Le categorie della comprensione sono i concetti puri che, secondo Immanuel Kant nella Critica della ragion pura del 1781, l'intelletto applica a priori per dare forma all'esperienza. Derivate dalla tabella dei giudizi, si dividono in quantità, qualità, relazione e modalità. Kant le distingue dalle forme pure della sensibilità, spazio e tempo, e le giustifica con la deduzione trascendentale, che mostra come rendano possibile l'esperienza oggettiva.

Cosa sono le categorie e da dove derivano
Per Kant le categorie sono concetti puri, cioè privi di contenuto empirico, che l'intelletto usa per unificare le molteplici rappresentazioni date dalla sensibilità. Non derivano dall'esperienza, ma la rendono possibile: senza di esse non avremmo mai giudizi oggettivi. Kant le ricava dalla tabella delle forme logiche di giudizio, distinguendo giudizi di quantità, qualità, relazione e modalità. Ogni forma di giudizio corrisponde a una categoria: per esempio, al giudizio ipotetico corrisponde la categoria di causalità. In questo modo la logica formale diventa la chiave per individuare i concetti fondamentali con cui pensiamo il mondo.

Le quattro classi di categorie
La tabella delle categorie comprende dodici concetti in quattro gruppi di tre. Le categorie della quantità sono unità, pluralità e totalità; quelle della qualità sono realtà, negazione e limitazione. Le categorie della relazione comprendono sostanza e accidente, causalità e dipendenza, e comunità o interazione reciproca. Le categorie della modalità riguardano infine possibilità, esistenza e necessità, con i loro contrari. Un esempio classico è quello delle palle da biliardo: comprendere che una palla muove l'altra richiede l'applicazione della categoria di causalità, che non è data nei sensi ma è apportata dall'intelletto.

La deduzione trascendentale
La parte più difficile della Critica della ragion pura è la deduzione trascendentale, in cui Kant giustifica il diritto di applicare le categorie agli oggetti dell'esperienza. Il suo argomento centrale è l'unità dell'appercezione: il fatto stesso che io possa unire più rappresentazioni in un'unica coscienza, espresso dalla formula dell'io penso, presuppone le categorie come funzioni di sintesi. Poiché ogni conoscenza nasce dalla combinazione di intuizione sensibile e concetto, le categorie valgono necessariamente per tutti i fenomeni. Kant precisa però che questa validità si ferma ai limiti dell'esperienza possibile: le categorie non possono conoscere le cose in sé.

Limiti e influenza storica
Kant distingue nettamente le categorie, forme dell'intelletto, dalle forme pure della sensibilità, cioè spazio e tempo, che appartengono alla ricettività. Questa divisione del lavoro tra sensibilità e intelletto riassume la sua celebre formula: pensieri senza contenuto sono vuoti, intuizioni senza concetti sono cieche. Limitando le categorie ai fenomeni, Kant nega che la metafisica tradizionale possa conoscere Dio, l'anima o il mondo come totalità usando questi concetti. La tabella delle categorie influenzò profondamente Hegel, che la criticò e ampliò, e rimase un punto di riferimento per la filosofia trascendentale successiva.

Domande per ripassare

Qual è la differenza tra le categorie kantiane e le forme della sensibilità?

Le categorie sono concetti puri dell'intelletto, come causalità e sostanza, che organizzano attivamente l'esperienza mediante giudizi. Le forme della sensibilità, spazio e tempo, sono invece le condizioni in cui riceviamo le intuizioni. Kant distingue quindi ricettività e spontaneità: i sensi forniscono il materiale, l'intelletto lo unifica tramite le categorie.

Perché Kant chiama la sua giustificazione delle categorie deduzione trascendentale?

Perché non descrive un fatto empirico ma dimostra un diritto: come possono concetti non derivati dall'esperienza valere per gli oggetti dell'esperienza? La risposta è l'unità dell'appercezione, cioè l'io penso: poiché ogni esperienza richiede una sintesi unificata nella coscienza, le categorie sono le condizioni necessarie di ogni conoscenza oggettiva.

Le categorie kantiane si applicano anche alle cose in sé?

No. Kant sostiene che le categorie valgono solo per i fenomeni, cioè per gli oggetti in quanto dati nell'esperienza possibile. Applicarle alle cose in sé, per esempio per dimostrare l'esistenza di Dio o dell'anima, genera le antinomie e i paralogismi criticati nella dialettica trascendentale: è l'errore della metafisica dogmatica.