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Il comportamento prosociale comprende tutte le azioni volontarie intese a giovare ad altri, come aiutare, condividere, confortare e cooperare. La mappa distingue il prosocialismo dall'altruismo puro e dalla semplice obbedienza alle norme, presenta le principali spiegazioni teoriche, dall'empazia alla selezione parentale, e descrive come queste condotte si sviluppano nell'infanzia e variano in base al contesto sociale e culturale.

Che cos'è il comportamento prosociale

Prosocialità e altruismo: una distinzione utile
In psicologia sociale il comportamento prosociale è la categoria più ampia: comprende ogni azione volontaria che avvantaggia altri, indipendentemente dalla motivazione. L'altruismo, invece, indica un sottoinsieme in cui l'aiuto è mosso dal desiderio genuino di giovare all'altro, senza aspettative di ricompensa o riconoscimento. Daniel Batson ha proposto l'ipotesi empazia-altruismo: chi prova empatia per una persona in difficoltà tende ad aiutarla per il suo bene, mentre chi prova solo disagio personale può aiutare per liberarsi di quella sensazione spiacevole. Questa distinzione spiega perché lo stesso gesto può avere motivazioni molto diverse, e perché studiare le motivazioni è centrale nella ricerca sul prosocialismo.

Il caso di Kitty Genovese e l'effetto spettatore
L'effetto spettatore è uno dei fenomeni più studiati della psicologia sociale. Gli esperimenti di John Darley e Bibb Latané negli anni Sessanta mostrarono che la probabilità di intervenire in aiuto diminuisce quando sono presenti altri spettatori. Due meccanismi lo spiegano: la diffusione di responsabilità, per cui ognuno sente meno il dovere di agire, e il pluralistic ignorance, per cui guardando gli altri per capire se è un'emergenza si trae la conclusione che non lo sia. Il caso di Kitty Genovese, assassinata a New York nel 1964, fu reso popolare dai media come esempio di indifferenza collettiva, ma le ricostruzioni successive mostrarono che alcuni testimoni avevano invece chiamato aiuto: un promemoria sul rischio di semplificazioni.

Come si sviluppa la prosocialità
Le condotte prosociali compaiono presto: già nei secondi anni di vita i bambini mostrano aiuto spontaneo, condivisione e conforto, anche se con ampie differenze individuali. Nancy Eisenberg ha descritto il ragionamento prosociale come un percorso evolutivo che va da motivazioni edocentriche, centrate sul proprio vantaggio, a ragionamenti basati su bisogni altrui e valori interiorizzati. Lo sviluppo è sostenuto dalla crescita dell'empazia, dall'assunzione di prospettiva e dalla regolazione emotiva, oltre che dall'osservazione di modelli prosociali. Il contesto culturale conta: le norme su chi aiutare e come variano tra società, e le pratiche educative possono rafforzare o indebolire queste tendenze.

Domande per ripassare

Qual è la differenza tra comportamento prosociale e altruismo?

Il comportamento prosociale è la categoria più ampia: include ogni azione volontaria che giova ad altri, qualunque sia la motivazione, anche il guadagno di reputazione o la riduzione del senso di colpa. L'altruismo è una forma specifica di prosocialità in cui l'aiuto è mosso principalmente dal desiderio di giovare all'altro, senza aspettarsi ricompense. Nella pratica le motivazioni sono spesso miste, e per questo i ricercatori studiano le intenzioni oltre ai comportamenti.

Perché la presenza di altre persone può ridurre l'aiuto in un'emergenza?

È l'effetto spettatore, studiato da Darley e Latané. Con più presenti agiscono due meccanismi: la diffusione di responsabilità, perché ognuno sente meno il peso personale di intervenire, e l'ignoranza pluralistica, perché ciascuno osserva gli altri per capire se la situazione è un'emergenza e, non vedendo reazioni, conclude che non lo sia. Di conseguenza, più spettatori ci sono, meno probabile è che qualcuno intervenga rapidamente.

Come si sviluppano i comportamenti prosociali nell'infanzia?

Forme semplici di aiuto e condivisione compaiono già nei primi anni di vita e crescono con lo sviluppo dell'empazia, dell'assunzione di prospettiva e della regolazione emotiva. Secondo il modello di Nancy Eisenberg, il ragionamento prosociale evolve da motivazioni edocentriche, centrate su di sé, verso ragionamenti basati sui bisogni altrui e su valori interiorizzati. Anche i modelli familiari e sociali e il contesto culturale influenzano questo sviluppo, che resta comunque variabile da bambino a bambino.