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La filosofia politica è il ramo della filosofia che indaga le basi dello Stato, del potere e della convivenza civile. Si chiede come dovrebbe essere organizzata la società, quali diritti e doveri spettano ai cittadini, quando l'autorità è legittima e come conciliare libertà individuale ed eguaglianza. Dalle riflessioni di Platone e Aristotele fino al contrattualismo, al liberalismo, al marxismo e alle teorie contemporanee della giustizia, essa fornisce gli strumenti concettuali per valutare criticamente le istituzioni politiche.
Dal contrattualismo al liberalismo
Il contrattualismo nasce nel Seicento e nel Settecento come modo di spiegare la nascita dello Stato partendo da uno stato di natura. Hobbes, con Leviathan del 1651, immagina individui che rinunciano alla libertà naturale in cambio della sicurezza garantita da un sovrano assoluto. Locke, nella seconda parte del Trattato sul governo civile del 1689, rovescia la prospettiva: il governo esiste per proteggere vita, libertà e proprietà, e se tradisce tale compito può essere legittimamente resistito. Rousseau, con Il contratto sociale del 1762, sposta il fondamento nella volontà generale: i cittadini obbediscono solo alle leggi che essi stessi, come membri del popolo sovrano, si sono date.
Le forme di governo secondo gli antichi
Aristotele distingue le forme di governo in base a due criteri: il numero di coloro che governano e la finalità del loro potere. Quando si governa nell'interesse comune si hanno monarchia, aristocrazia e politeia; quando si governa nell'interesse proprio si hanno le forme degeneri, cioè tirannide, oligarchia e democrazia intesa come dominio della massa povera. La politeia, che Aristotele considera la forma migliore praticabile, mescola elementi oligarchici e democratici, cercando una via di mezzo. Platone, nella Repubblica, descrive invece una gerarchia di regimi che degenerano dalla aristocrazia dei filosofi fino alla tirannide, passando per timocrazia, oligarchia e democrazia.
Giustizia nel Novecento: Rawls e i suoi critici
Nel 1971 John Rawls pubblica Una teoria della giustizia, che rilancia la filosofia politica dopo decenni dominati dal dibattito linguistico. Rawls propone un esperimento mentale: scegliendo i principi della società dietro un velo di ignoranza, senza sapere quale posizione sociale avremo, individui razionali sceglierebbero eguaglianza nelle libertà di base e ammissioni di disuguaglianze solo se vantaggiano anche i meno avvantaggiati. Robert Nozick, in Anarchia, Stato e utopia del 1974, replica che la redistribuzione viola i diritti di proprietà e difende uno Stato minimo. Il dibattito si arricchisce poi con il comunitarismo, che critica l'individuo astratto di Rawls, e con l'approccio delle capacità di Amartya Sen.
Marx e la critica dello Stato borghese
Per Marx lo Stato non è un arbitro neutrale sopra le classi, ma esprime gli interessi della classe dominante dal punto di vista economico. Nella sua analisi la struttura economica, fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, determina le superstrutture giuridiche, politiche e ideologiche che legittimano l'ordine esistente. Il concetto di lotta di classi spiega la storia come conflitto tra oppressori e oppressi, mentre il plusvalore mostra come il capitalista si appropri del lavoro non retribuito dell'operaio. Marx prevede il superamento rivoluzionario del capitalismo e l'estinzione dello Stato nella società comunista, tesi che distingue il suo pensiero dal socialismo riformista dell'Ottocento.
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Domande per ripassare
Qual è la differenza tra lo stato di natura di Hobbes e quello di Locke?
Per Hobbes lo stato di natura è una condizione di guerra di tutti contro tutti, in cui manca sicurezza e ogni diritto è precario; per questo gli individui cedono tutto il potere a un sovrano assoluto. Per Locke lo stato di natura è invece già regolato da leggi naturali: gli individui possiedono diritti prepolitici alla vita, alla libertà e alla proprietà, e istituiscono un governo limitato solo per proteggerli, conservando il diritto di resistenza se il governo li viola.
Che cosa significa la volontà generale in Rousseau?
La volontà generale non è la somma dei desideri particolari, ma la volontà orientata all'interesse comune del corpo politico. Il cittadino che obbedisce alle leggi espressione della volontà generale obbedisce in realtà a se stesso in quanto membro del popolo sovrano. Per questo Rousseau distingue la volontà generale dalla volontà di tutti, che è solo l'aggregazione degli interessi individuali, e sostiene che la sovranità appartiene inalienabilmente al popolo.
A cosa serve il velo di ignoranza di Rawls?
Il velo di ignoranza è un esperimento mentale che garantisce l'imparzialità nella scelta dei principi di giustizia: chi sceglie non conosce la propria classe sociale, le proprie capacità, il proprio genere o la propria concezione del bene. In questa posizione originaria, razionali e reciprocamente disinteressati, gli individui sceglierebbero secondo Rawls il principio di eguaglianza delle libertà di base e il principio di differenza, che ammette disuguaglianze economiche solo se apportano il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati della società.